Era il 24, e mi ritrovavo paralizzato nel traffico. Il freddo si era svegliato molto presto oggi. Prima di me, ma non prima dell’alba, e attende sull’uscio di casa per avvilupparsi con le sue gelide spire.

Per tutta via Nazionale, tuonavano a fiotti clacson asincroni che, invece di porre rimedio – come quei guidatori “astuti” pensano – deturpavano questo momento. Fin da sempre ho imparato a trarre ciò che ci fosse buono da ogni momento, come il naufrago che si rilassa e prende il sole su di una spiaggia limpida.

Mi guardai intorno.

Audio togliendo, mi piaceva quello scenario, anestetizzato dal gelo, ma illuminato da un sole rovente, di quelli che in una mattina come queste ne si va alla ricerca, e passeggiando si cerca di camminare solo sul suolo illuminato del marciapiede. Quando sei felice di essere irradiato dai raggi solari, con un cappotto nero ancora meglio, per di più. Colui che tiene in vita la voglia di non rintanarsi nuovamente, ma a vivere l’inverno in strada, le cui mattine natalizie ne son l’apoteosi.

Immaginavo le persone nelle loro case.

Biscotti, Mamma ho perso l’aereo, ritagli di decorazioni per pacchi regalo prossime al camino, a tutte le ore profumi di pietanze ed odori di cottura che persistono aleggiando nell’aria, libri, echi di voci, riviste “le ricette dei migliori 50 dolci di Natale” lasciate vicino alla tv, telefonatori e riceventi, coprimacchia verde o rosso disteso sul tavolo del soggiorno, bambini che sperperano parte della scorta preventiva degli spari per capodanno che i loro genitori dovranno ricomprare poi.

 

Dimenticai che stavo lavorando alla vigilia, dimenticai lo smog, il freddo, le clacsonate e che avrei voluto essere in un altro posto, con la mia famiglia.

Guardai fuori dal finestrino gli addobbi che collegavano gli edifici da un capo all’altro, sospirandone il fumo dell’ennesima sigaretta.

Dei bambini correvano lungo la via, imprecisati, precedendo di qualche passo i genitori che li richiamano, come a strattonare le briglie di quel cane troppo vispo.

A Natale c’è sempre il sole di mattina, ogni anno. Io amo il sole, ma adesso si sta creando un’ abitudine.

Quel quadro in cui ogni famiglia ci si rivede, quasi come un cliché, perché spendiamo in modo banale tutte il tempo libero coi nostri cari, invece di dargli valore. Dobbiamo recuperare a Natale, quindi?? Adesso, al quadretto, si stava aggiungendo il clima fisso, sempre soleggiato. Se il prossimo Natale piovesse, ad esempio, non si avrebbe la stessa percezione che si ha solitamente del Natale perché è come se si privasse questo periodo di uno degli essenziali dogmi natalizi, concretizzati in addobbi, Babbo Natale, alberi e presepio.

Non ho mai creduto quindi nelle festività comandate dove sono “imposte” tradizioni, usi ed abitudini fisse, ma ecco, sentivo che mi mancava quel momento, oggi. Per quanto fossi distaccato, sentivo di avere il bisogno di vivere quei momenti, oggi.

 

Due consegne ancora. Sapevo già che avrei fatto tardi.

Parcheggiai in quadrupla fila “tanto loro sono veloci, entro-ed-esco” .

Il responsabile era – ovviamente – con la famiglia, e mi ritrovai con il cameriere timido che proferir parola sembrava fosse per lui un peccato imperdonabile. Mentre tentavo di fargli capire in cosa consistesse la nostra transazione, guardavo con ansia la porta a vetro che dava sulla strada e sulle quattro file. Temevo il peggio, che sarebbero arrivati vigili, passanti, bulldog, elicotteri con soldati imbardati a guerra che si calano su corde gialle, giornalisti, artificieri, femministe, no global, cinesi a scattare foto con congegni di ultima generazione comprati a poco e black block.

Finalmente riuscì a firmare, così corsi verso la porta notando che nulla era ancora successo, ma sapevo che mi sarei dovuto sbrigare perché magari il mio direttore, il capo area, l’Amministratore Delegato ed il presidente si erano appena presi un caffè nei pressi – questo è il centro dei ricchi – e camminavano decantando l’efficienza dei loro servizi per poi farsi prendere dal crepacuore alla vista del loro bel furgoncino bianco laccato e lucido con quel logo blu non invasivo dimenticato nella balia del pieno traffico natalizio, come se stessi commettendo quello che non è reato in acque internazionali senz’alcuna sorta di legislazione.  Saltai sul sedile come fossi un ladro, assicurandomi, prima di partire, che dal retrovisore non avrei visto la moglie del direttore, la moglie del capo area, la moglie dell’Amministratore Delegato e la moglie del presidente che avevano appena finito di fare le ultime compere natalizie e camminavano decantando l’efficienza dei servizi dei loro mariti, per poi farsi assalire dallo sgomento vedendo me sgattaiolare di scatto con il classico schema da rapina in banca, prima, frizione, seconda, scia di fumo bianco e grigio.

 

Dopo essere fuggito quindi da poliziotti, cani, cinesi, superiori e mogli, avevo quest’ultima consegna.

Arrivai senza troppo patimento in Piazza Iside, dove le foglie d’arancio erano ondulate da un vento lieve. Un silenzio solenne, ma catartico. Mi diressi verso quella che sembrava la porta secondaria e suonai due volte il pulsante celeste del citofono.

Mi aprì questo ragazzo sulla trentina, barba folta, vestito da cuoco, uno dallo sguardo molto ispirato.

Disse qualche parola che era comune tra italiano e lo spagnolo che sentivo dalla sua cadenza. Il dorso di una mano con una rosa tatuata ed una penna sostenuta dietro all’orecchio. Firmò e scaricai, quell’unico collo di Champagne, già con il pensiero dentro il mio salotto caldo.

 

Mi fece cenno di aspettare, salì le scale correndo.

Un minuto, che in queste situazioni sembra un’eternità.

Due.

Vedevo il divano sempre più lontano, anzi non lo vedevo più.

 

Con un ritmo di scalini giunse portando sottobraccio la confezione di quello che dava l’aspettativa di un panettone. Lo scatolo era bianco, estraneo ai soliti canoni natalizi. Guardai il pacco e lui mi sorrise, facendomi capire che aveva da fare. Lo ringraziai con un timido “¡Feliz Navidad!”, facendo cenno col dito emulando il simbolo “¡” come a voler dire “lo so che in spagnolo ci vuole un punto esclamativo prima ed un dopo!!”.

Tornai verso il furgone osservando i pregi del dolce al suo interno. Notai su uno dei lati una sorta di filastrocca

 

Da Ludovico il Moro, ospite tutto il circondario

grande evento da segnar sul calendario,

ma durante il lauto pasto

nella cucina ci fu un guasto.

 

“Il dolce nel forno” avevan dimenticato

ed il capo dei cucinieri era disperato.

Si udì la voce dello sguattero Toni,

“ho un dolce fatto con avanzi

e se non avete opposizioni,

ai commensali lo presenterem dinanzi!”

 

Così da un errore tragico

nasce un pane dolce, dal sapore magico.

Da tutti i commensali, buone considerazioni,

è proprio questo, “Il Pan del Toni!!”

 

Sorrisi, immaginandomi un garzone dei tempi.

Bèh, capii che qualsiasi cosa avessi voluto fare oggi, lo avrei dovuto fare con la mia famiglia. Entrai nella vettura ed adagiai il panettone sul sedile destro e nella mia testa gli avevo anche messo la cintura.

Sorrisi di nuovo, accendendo il furgone e sfrecciando via, diretto verso casa, nella vigilia di Natale più calda di sempre.

 

Link diretto al video: https://m.youtube.com/watch?feature=youtu.be&v=nY3Xdd5dtgk

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